Sant’Antonio Abate nella cultura della Toscana meridionale

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La figura storica di Antonio Abate, detto anche il Grande, vissuto nel III secolo in Egitto, è documentata, un secolo dopo la morte, dalla biografia redatta da  Atanasio di Alessandria (www.gspa.it/work/benedettine/PDF/Atanasio.pdf). Sant’ Antonio è citato in molte fonti patristiche, tra cui San Girolamo, nella Vita Hilarionis, a proposito dei frequenti contatti con Ilarione, o Sant’Agostino, nelle Confessioni.

Patriarca del monachesimo eremitico, Antonio vagò stabilendosi per lunghi periodi in zone isolate, quali il deserto della Tebaide; fu però spesso presente ad Alessandria, dove aiutò lo stesso Atanasio nella difficile questione della lotta contro l’arianesimo.

Morì il 17 gennaio 356: la festa è celebrato nel giorno della morte (il dies natalis).  

Atanasio ne sottolinea le qualità di asceta, fine avversario del demonio e guaritore, che saranno le caratteristiche su cui si imposterà –lui vivente-  il culto.

L’invocazione “tipica”, e più documentata, riguarda la richiesta di intervento nei casi di infezione da herpes zoster, malattia chiamata comunemente “fuoco di sant’Antonio”. A tale tradizione è connessa la grande quantità, tuttora esistente, di immagini del Santo. Né La Vita di Atanasio, né, nel XIII secolo, la Legenda Aurea, repertorio di leggende agiografiche compilato dal domenicano Jacopo da Varazze, citano, tra i casi nei quali Antonio è invocato, quello che appare ancor oggi capillarmente diffuso: il suo ruolo di protettore degli animali domestici. Gli Acta Sanctorum (Ianuarii II, die XVII, Antuerpiae 1643, pp. 107-162) riportano la descrizione di Alimaro, con il porchetto ai piedi del santo (“”quia etiam in hoc animali per servuum suum Deus feciti miracula” (p.158) ) . L’immagine di Antonio in vesti monacali, col bastone e il porchetto è ancora oggi molto diffusa.

Roccastrada

Ancora gli Acta Sanctorum riportano i risultati di quella che sembra una “indagine sul campo”: la prassi di portare volentieri (libenter) con se’ un’immaginetta (parvam imaginem) del santo, o di legarla al collo delle pecore veniva giustificata dal volgo con la convinzione che avrebbe preservato dalla malattia (“a peste”) gli animali. La stessa funzione poteva essere svolta da un campanello, alludente a quello portato dal porchetto, come canta nella prima metà del XVI secolo l’umanista Ambrogio Novidio Fracco:

Collo mea concutit aera/noscere quae possis, ne noceatur, ait./ Aesque meum gestat, baculo quod cernis in isto, /quodque rogans aeger, collaque multa gerunt

Anche la Toscana meridionale è ricca di testimonianze iconografiche del Santo e mantiene viva –nei giorni vicini al 17 gennaio- la tradizione delle fiere e delle celebrazioni.

Ci siamo riproposti di documentare queste tradizioni, così come queste vengono via via alla luce nel corso dello svolgimento dei compiti istituzionali della Soprintendenza, primo fra tutti la tutela, con le attività di studio, catalogazione e restauro.

Questo lavoro continuerà ad arricchirsi di dati e immagini.

Valuteremo, e se possibile inseriremo, i materiali e le informazioni che ci perverranno sul tema.

A cura di:

Area Demoetnoatropologia e Servizio Informatico della SABAP-SI
Hanno collaborato: .....